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Il settimo chakra: il chakra della corona

Il settimo chakra: il chakra della corona
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Laura Poerio

del 25/03/2024


Caratteristiche del settimo chakra

Il settimo chakra, quello della corona, è chiamato Sahasrara. Come abbiamo preannunciato durante lo studio del sesto chakra, il suo compito è la comprensione, che avviene attraverso la trascendenza e l’immanenza.

Il settimo chakra è quello che più ci mette in contatto con la nostra parte spirituale, ma lo vogliamo fare senza perdere le radici. Ci viene spesso passato il messaggio che la spiritualità, l’anima e la cosiddetta illuminazione sono elementi che vanno contro la scienza, la razionalità e la parte più pratica dell’esistenza. Invece vogliamo integrare spirito e corpo, così come cielo e terra. Non possiamo infatti innalzarci senza avere radici, come negli inarcamenti o nelle flessioni in avanti.

Lavorando sul chakra della corona realizziamo la parte più autentica della nostra natura e capiamo chi siamo veramente. Il nostro lato spirituale, non legato necessariamente a un dio, ci permette di percepire il senso di unione e universale, trascendendo la materia e la quotidianità. Ci risvegliamo, come se qualcuno finalmente ci bisbigliasse nelle orecchie il senso della vita. Colleghiamo l’infinito con il finito, senza perdere nessun aspetto, e grazie a questo ci nutriamo, ci apriamo come un loto.

Il settimo chakra, se non è carente, ci libera portando alla coscienza il senso di qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre i nostri pensieri o i nostri sentimenti. È il risveglio della coscienza stessa, che più riusciamo a mettere a fuoco e più ci dona informazioni che con la mente razionale facevamo fatica a cogliere. Più lasciamo che il risveglio della coscienza segua il suo corso, più impariamo attraverso l’esperienza diretta cosa sia la coscienza e dove ci porta. È un percorso di disponibilità all’ascolto, che ci impone di deporre le nostre armi e le nostre difese per poter sviluppare i propri sistemi di senso.

Valori e trascendenza

A volte abbiamo paura di immergerci nel fiume della coscienza, ne neghiamo l’esistenza perché sulla sponda del fiume siamo più al sicuro. Restiamo ancorati a terra, anche se il fiume ci chiama. Altre volte, come nel caso degli eccessi, ci buttiamo in acqua senza darci il tempo di imparare a nuotare in quel fiume, e la corrente del fiume finisce per portarci via, lungo un ostacolo. Nuotare nel fiume della coscienza non significa altro che avere consapevolezza (sempre lei!). È come sentire un richiamo di una musica di sottofondo che ci accompagna e ci comunica qualcosa che all’inizio non sappiamo decifrare, ma che ci sembra affidabile.
Più nuotiamo più decifriamo il messaggio di quella musica, ne traiamo un senso. Trascendendo il nostro sistema di valori che abbiamo sempre dato per buono – senza rinnegarlo – diamo un contesto alla nostra esistenza, uno scopo, un insieme di istruzioni.

Il sistema di valori a cui ci siamo affidati a terra funzionava perfettamente, lì sulla sponda del fiume. Ma una volta che ci affidiamo all’acqua, al movimento, ed espandiamo il nostro sapere, possiamo espandere anche le nostre idee. Nasce quindi una nuova concezione, che ci permette di portare a termine il percorso della corrente discendente e di dare finalmente un’interpretazione a tutte le immagini (e simboli, e archetipi) che sono nati nel sesto chakra.

Tutto nasce sempre dalla nostra concezione e se ci apriamo alla possibilità di vedere iniziamo a concepire nuovi sistemi di convinzioni. Come un aggiornamento che aggiorna la nostra app, non la smantella, ma lascia che una nuova parte di codice renda l’app più evoluta.

L’identità universale


In ogni chakra abbiamo visto come sia emersa un’identità. Nel primo quella fisica, legata al corpo e alle nostre necessità primarie. Nel secondo, l’identità è quella emozionale, che connette le nostre emozioni. Nel terzo, l’identità dell’ego prende il sopravvento, e ci aiuta a dichiarare la nostra volontà e la nostra individualità. Nel quarto chakra, il cuore, la nostra identità si fa sociale e include tutte le nostre relazioni. Il quinto, invece, ci parla dell’identità creativa, figlia dell’auto espressione di noi stessi. Il sesto ci ha aperto la via all’identità archetipica, aprendoci gli occhi a nuove immagini dotate di senso. Infine, il settimo chakra ci permette di capire la nostra natura universale, l’unione con ogni aspetto del mondo. L’individualità del terzo chakra si fonde a ciò che prima era esterno a noi, trascendendolo.

Gli attaccamenti

Andare oltre l’ego vuol dire lasciare andare gli attaccamenti, che non ci sono più necessari. Gli attaccamenti impediscono alla nostra coscienza di espanderci per accogliere un sistema di valori più vasto. Per questo, possiamo definirli il demone del settimo chakra. Più ci attacchiamo, più restringiamo il campo della nostra visione. Ma senza visione non possiamo portare a termine il percorso della coscienza. L’attaccamento ci blocca, ci crea un limite e ci rende incapaci di ascoltare e accogliere. Al tempo stesso, negare gli attaccamenti li fortifica, ne crea di nuovi. La via sta nell’essere consapevoli degli attaccamenti ma saperli mettere in dubbio, saper dare una possibilità a una nuova via. Non neghiamo, non evitiamo, semplicemente stiamo a guardare, continuando a nuotare in quel fiume. Lasciamo andare il controllo e ci arrendiamo, lasciamo cadere le difese e le nostre convinzioni. Solo così possiamo scoprire.

Carenza ed eccesso

Avere un settimo chakra carente significa bloccare il viaggio della corrente liberatoria all’ultima porta e di conseguenza la corrente discendente verso la manifestazione. La carenza implica una negazione della conoscenza, che si traduce nell’avere convincimenti e fissazioni rigide, scetticismo e ottusità. Chi è carente si fissa su un unico punto di vista, ma mancando della conoscenza reale sente il bisogno di avere costanti conferme e il bisogno di avere sempre ragione. Avere ragione, d’altra parte, rafforza l’illusione di sapere tutto e toglie ulteriore spazio alla possibilità di mettere in dubbio le cose, per cui come un cane che morde la coda, chiude ulteriormente le possibilità di scoprire e imparare. A tutti gli effetti, in alcuni casi, si è incapaci di imparare nuove cose, e si hanno perfino difficoltà di apprendimento.

Al contrario, un eccesso porta a intellettualizzare troppo la vita, a dare troppo spazio e peso ai pensieri, togliendo energia alle emozioni, al corpo, al cuore e ai loro relativi chakra. In altri casi, può portare ad un eccesso di spiritualità, che si può tradurre in estremi come i fanatismi religiosi, o ad un eccesso di informazioni disorganizzate, che si può tradurre invece in forme di psicosi più o meno gravi (da stati confusionali o di distacco dalla realtà, ad allucinazioni e nevrosi).Per ripristinare l’equilibrio e mantenere l’apporto giusto di energia che possa far evolvere l’anima, la via principale è quella della meditazione, non solo intesa in senso classico (la meditazione guidata che tutti più o meno hanno provato nella vita) ma anche forme meditative più adatte a chi ha difficoltà a seguire quelle tradizionali. Tra queste: il respiro, i mantra, la meditazione camminata, la concentrazione sulla musica, le visualizzazioni, le meditazioni dello sguardo (candela, simboli, colori). Altra via è quella della mindfulness, che seppur affine alla meditazione è complementare e diversa: si tratta dello sviluppo di consapevolezza in ogni aspetto della vita e si traduce in attenzione costante, presenza, osservazione senza giudizio.

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